martedì 13 novembre 2012


Vedere la foresta tra gli alberi
di Roberto Sinibaldi

Dall’arcadia al boom
I Castelli Romani, celebrati già dall’antica Roma, poi dai papi, e ancora traguardo prediletto del Grand Tour, fino a diventare meta celeberrima della gita fuori porta, qualche decennio fa si presentavano intatti dal punto di vista paesaggistico e in equilibrio dal punto di vista ambientale.
I laghi praticamente non conoscevano il turismo, erano considerati quasi dei luoghi misterici e interi versanti collinari erano coperti da fitti boschi.
I Castelli avevano conosciuto da sempre una grande presenza dell’uomo, ma fino ad allora si era sedimentata soprattutto nei paesi, al di fuori c’erano le campagne, i boschi e le colline. La loro progressiva riscoperta, all’indomani della motorizzazione di massa e delle successive nuove sensibilità ambientali, aprì delle tensioni che si possono sintetizzare nella contrapposizione tra l’edificazione a macchia d’olio, da una parte, e la tutela paesaggistica dall’altra.
Nel tempo la pressione edificatoria diventa talmente alta che interi lembi di bosco vengono sostituiti da nuove case, ville, villette, schiere, uni-bi-tri-quadrifamiliari, quando non direttamente i multipiano. I paesi si espandono e si uniscono. Tutto in nome della “valorizzazione”, sia chiaro. Quindi nuove strade, nuovi allacci di utenze a rete, moltiplicazione dei costi per i servizi, non certo fronteggiabili con i ricavi millesimali degli oneri di urbanizzazione percepiti dai comuni. Il fenomeno dell’abusivismo è stato (in parte ancora esiste), tutto sommato marginale, anche se deflagrante. Il vero dramma è stato il cemento legale, per così dire.

Il “vero” sviluppo
I Castelli Romani arrivano in pochi anni a quasi 300.000 abitanti (con un aumento medio di oltre l’1% annuo). A parole tutti si schierano per la tutela ambientale, per la difesa del paesaggio. Peccato che molto spesso a pronunciare questi proclami siano gli stessi, o gli eredi politici di coloro che hanno catalizzato le trasformazioni territoriali, cambiato le destinazioni dei suoli, autorizzato lottizzazioni, espansioni, deroghe; con poche differenze riguardo ai diversi schieramenti politici. Qualcuno, come i recenti amministratori del comune di Rocca di Papa, si spinge fino a favoleggiare un piano regolatore a “sviluppo zero” (per il quale non si costruiscono nuove case). Ma basta dare un’occhiata alla tabellina con gli incrementi di popolazione (da cui discendono quelli delle nuove volumetrie edilizie), che questi obiettivi scoloriscono in esercitazioni dialettiche per comizi. Rocca di Papa infatti nell’ultimo decennio ha un indice di crescita del 20%, il doppio della media castellana, con un numero di abitanti che passa dai 13.000 del 2001 ai quasi 16.000 del 2011.
Il quadro generale è desolante. Tra cinquant’anni sarà tutto costruito, anche quelli che attualmente sembrano i lembi più intangibili della macchia: è scritto nei piani regolatori dei Castelli. È lì che è sintetizzata la visione sul futuro del territorio. In una battuta, gli obiettivi delle amministrazioni comunali. Il panorama, tranne qualche rarissima eccezione (interessante il caso di Ariccia nell’ultimo decennio), è generalmente improntato ad una edificazione indifferenziata e omnicomprensiva.
L’attuale sensibilità ambientale collettiva sconsiglierebbe di procedere in questa direzione, ma in circolazione opera ancora qualche incombusto gladiatore del cemento che promette il “vero” sviluppo, in altre parole sempre e solo costruire case. E non importa se nel frattempo l’acqua è finita e l’erogazione subisce delle limitazioni, o si sia costretti all’emungimento di quella perenne, a 500 metri di profondità. In campagne elettorali recenti, candidati anche blasonati hanno sostenuto l’esigenza di estromettere interi boschi dalla tutela ambientale, per aprirli all’esercizio venatorio. In un secondo momento, magari a quello edilizio, è facile pensare.

Cosa possiamo fare
Da stime prudenziali il valore immobiliare delle attività edilizie legali, nei Castelli Romani, si attesta intorno a non meno di 150 milioni di euro l’anno. La crisi attuale ha rallentato le tendenze in atto, ma non le ha certo fermate. Ecco, bisogna fare proprio questo: pretendere uno sviluppo senza consumo di suoli, senza ulteriori costruzioni. Non si tratta di fermare tutto, al contrario, riconvertire il patrimonio edilizio esistente, riqualificare i centri storici, mettere in sicurezza interi quartieri, comporta un sacco di lavoro.
Se, come spesso accade, si scende nel particulare, si sceglie la denuncia singola e si richiede legittimamente di esercitare un diritto di controllo alla pubblica amministrazione, il rischio è che non si percepisca la foresta tra gli alberi, si reprima un abuso per lasciare in piedi un sistema. Un sistema che alimenta prima di tutto se stesso attraverso la dissipazione di un patrimonio collettivo irriproducibile che si chiama paesaggio, per non citare tutte le altre risorse ambientali che si perdono con la perpetuazione di un modello di sviluppo onnivoro, antiquato e predatorio.
Si mette in luce così la retroguardia culturale alla quale la nostra società è condannata, per l’insipienza di alcuni e gli interessi di bottega di altri. In entrambi i casi si tratta di minoranze numeriche, ma economicamente dominanti, e pronte ad usare il loro potere.

Roberto Sinibaldi

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